Carta bianca?

Casta, dal latino castus, casto, puro.

Gruppo sociale gerarchicamente ordinato a cui si appartiene a nativitate. Per estensione, categoria di persone che per nascita, ceto sociale o professione si ritiene separato dagli altri. In antropologia un esempio può essere quello indiano nel quale, de facto, il sistema corporativo perdura, caratterizzato da una classe ristretta che per razza e/o religione costituisce un gruppo sociale chiuso che gode di privilegi particolari. In sociologia la nozione di casta, intesa in senso dispregiativo, è volta a denunciare una rigida e gerarchica stratificazione della società.

Ma di quale casta si sta parlando? A quale tribù ci si sta riferendo? Qual è il gruppo sociale dotato di ordinamento e leader propri? Sarà forse quella degli onorevoli e dei senatori, dei ministri, dei consiglieri regionali, dei sindaci e degli amministratori comunali?

Oppure quella dei magistrati che si oppongono alle ingiustizie ma non le combattono e, dunque, annientano? O, ancora, quella dei medici, primari e dirigenti con le mani nella politica? Oppure quella degli economisti che speculano forti del denaro altrui? O quella degli imprenditori figli della mafia che investono in malaffare? E se fosse, invece, quella delle università, delle raccomandazioni e delle associazioni? E i giornalisti? Sono davvero fuori dalle dinamiche che tanto denunciano nei loro articoli con espressioni crude e di diniego o sono solo più ipocriti di tutti quanti gli altri?

Come si può constatare, sbirciando questa Italia da qualsivoglia angolazione, non c’è dove nel quale splendano limpide la vita politica, sociale ed economica. Si tratta solo e sempre del tentativo di rivendicare un piccolo paradiso terrestre tra il fetore delle discariche.

Ed una di queste è quella che oscura il merito, il coraggio e la dedizione e, invece, spiana la strada alla pavidità, all’imbroglio e alle scorciatoie.

Non si sceglie più chi è bravo, chi è meritevole, chi si impegna; si sceglie sempre chi conosce di più, chi c’è più dentro, chi è meno competente ma più bello, chi è ricco ma più stupido, chi è figlio di, chi è amico di quello, chi deve ricevere un favore da quell’altro.

E questa è l’Italia delle raccomandazioni, delle clientele, delle famiglie, delle corporazioni, delle mafie, è questa l’Italia che stiamo costruendo per i nostri figli, dove con il rispetto si puliscono le scarpe e alla meritocrazia si chiudono le porte in faccia. Ebbene, si sta parlando di ognuna di queste tribù, di ciascuno di questi gruppi chiusi che non lasciano entrare chi se ne tiene fuori, non per la volontà di non mischiarsi alla polvere, ma per la volontà di arrivare da solo, di vedere riconosciuti i suoi sforzi e le sue capacità.

Si sta parlando dei politici di turno che dimenticano gli interessi del Paese e si affannano per quelli personali, di alcuni magistrati che sotto la toga nascondono ben più di uno scheletro, dei medici che hanno smesso i panni dei dottori, di economisti che vanno a letto con il denaro, di imprenditori che si lasciano investire dagli affari sporchi delle mafie, dei presidi che rivoltano le graduatorie e assumono chi vogliono, di associazioni che promuovono solo chi è “uno di loro”, di giornalisti troppo servi del potere per ricordarsi che quella affidata loro è una missione.

CC.

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