The Donald Presidente

L’America ha scelto ancora. Donald J. Trump è il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, mentre il partito democratico ha consegnato al magnate non solamente la maggioranza degli stati in bilico quali Ohio, Virginia, Colorado, Florida, North Carolina e Nevada, ma alcuni degli stati da decenni fedeli al partito blu. Questo risultato dovrà essere seguito da una profonda riflessione interna allo schieramento per capire quanti errori abbia commesso Barack Obama prima, quanti ne abbia commessi Hillary Clinton durante una dispendiosissima campagna elettorale e quanto abbia sbagliato il partito stesso a candidare lei.

Clinton che, pur avendo ottenuto la maggioranza dei voti ha visto frenare la sua corsa alla Casa Bianca. Perché negli Stati Uniti d’America chi ottiene più preferenze non vince? È mai accaduto prima?

Il sistema elettorale americano conferisce la vittoria al candidato che ottiene il maggior numero di voti da parte dei cosiddetti Grandi Elettori e non dalla maggioranza dei cittadini. I Grandi Elettori sono in totale 538 e sono così suddivisi: 435 deputati (ora 238 repubblicani, 193 democratici e 4 ancora da attribuire), 100 senatori (ora 51 repubblicani, 47 democratici e 2 da attribuire) e 3 membri del District of Columbia. Il loro numero varia a seconda della densità di popolazione dello stato federato di cui sono espressione.

Quello americano è un sistema elettorale semidiretto conosciuto come Winner takes it all ed è un maggioritario secco valido in ogni stato federato tranne in due, Nebraska e Maine in cui si vota secondo un sistema proporzionale. Nel maggioritario secco il candidato che ottiene il maggior numero di voti in quello stato riceve tendenzialmente il voto dei Grandi Elettori.

Come mostra il grafico, Hillary Clinton ha vinto solo in cinque degli stati che assegnavano il maggior numero di Elettori, cioè California, Illinois, New Jersey, Stato di New York e Virginia e ha trionfato nei grandi centri urbani poi assegnati ai repubblicani. Lo stato del Maine ha visto assegnati tre grandi elettori all’ex segretario di Stato e uno al tycoon. Donald Trump è stato sì stracciato nelle più popolose e ricche cittadine ma ha recuperato preferenze nei centri rurali, assicurandosi l’assegnazione dei seggi dello stato così come il principio del sistema maggioritario garantisce: rappresentatività e federalismo.

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Un altro dato da sottolineare è l’abbandono del partito democratico da parte del nord operaio della zona dei Laghi: Wisconsin, Ohio, Michigan (ancora da assegnare, ma è in vantaggio il partito dell’elefante) e Pennsylvania hanno ribaltato ogni pronostico votando il magnate Trump. Il cuore del Paese rimane in crisi e poco ha proliferato dopo la creazione della migliaia di posti di lavoro durante la presidenza Obama, di cui hanno beneficiato invece gli stati costieri come il voto ha in molto casi confermato. Hillary Clinton è stata penalizzata per non aver saputo raggiungere una parte importante dell’elettorato americano, decidendo di non recarsi in Wisconsin in campagna elettorale e lasciando a se stesse le acciaierie e le industrie tessili settentrionali.

I cittadini americani hanno stravolto le aspettative: gli elettori bianchi, istruiti e di un ceto sociale medio-alto solitamente repubblicani, hanno sostenuto Clinton, mentre le minoranze etniche, a classe operaia e i bianchi non istruiti hanno appoggiato il partito rosso.

Gli Stati Uniti non sono nuovi a queste circostanze, una maggioranza senza vittoria è avvenuta altre quattro volte in passato:  nel 1824 durante le elezioni che hanno visto la vittoria di John Quincy Adams che gareggiava contro Andrew Jackson e che è stato eletto alla presidenza dalla Camera dei Rappresentanti;  nel 1876 con la nomina del 19esimo Presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Rutherford Hayes;  nel 1888 con Benjamin Harrison contro il democratico Grover Cleveland e nel 2000 quando, dopo trentasei giorni di indagini,  George W. Bush viene eletto 43esimo Presidente degli USA, mentre Al Gore ottenne oltre 500.000 voti popolari in più ma non il voto dei grandi elettori.

Quel che è certo oggi è che bisogna guardare a questi risultati come effetto di un diffuso malcontento: in Italia, nell’intera Unione europea e ora anche in scala mondiale stanno incalzando partiti populisti che promettono di sovvertire lo stato delle cose. Sono movimenti, sono politici nuovi, ignoti che spesso vengono preferiti allo strapotere della classe politica dirigente e questo perché le persone sono sfiancate, non hanno più nulla da perdere, hanno solo la possibilità di decidere da che parte stare e da che parte dirigere la propria vita.

CC.

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