Scrivilo sui muri del mondo

“Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori”

Italo Calvino, Il barone rampante 1957

Per migliaia di chilometri si estendono nel mondo barriere grigie in cemento armato erette per proteggersi e definire il limite di ciò che si possiede rispetto a quello che appartiene al vicino, sono confini alti e spesso non se ne vede la fine. Ciò che si nota sono le immagini, i colori, le scritte: le voci strozzate di coloro che vogliono dire quello che pensano su quel muro, le idee di coloro che immaginano cosa ci sia dall’altra parte della barricata, tentando di dare senso a quella linea di demarcazione.

Nonostante la globalizzazione, le politiche di distensione, l’abbattimento del muro nel cuore d’Europa non si è avuto esempio concreto di condivisione, di libertà di pensare ai confini non come divisioni, ma come punto di raccordo tra le razze, le religioni, le culture.

Una stima del Washington Post riporta che tra il 1950 e il 2011 l’elenco dei muri del mondo si è ampliato: erano quattro le barriere erette alla metà del secolo scorso, sono diventate circa quindici quando è stato abbattuto il muro di Berlino e hanno sfiorato le cinquanta dopo gli attentati dell’11 settembre – il muro di Tijuana, il muro che separa Israele dalla Palestina in territorio cisgiordano, le barriere di filo spinato di Ceuta e Melilla, un reticolato in ferro da cui si può guardare attraverso e vedere il mare.

Donald Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali americane ne ha fatto uno degli obiettivi della sua strategia di sicurezza: il muro al confine tra Stati Uniti e Messico per impedire l’ingresso dei migranti irregolari negli States e bloccare il traffico di droga. Il “muro della vergogna” è una lamiera metallica che corre lungo la frontiera tra i due Paesi: più di seicentomila persone sono state arrestate nel tentativo di valicarne illegalmente il confine e altre migliaia sono morte.

Sulle pareti del muro si legge: “Tambien de este lado hay suenos” – Anche su questo versante ci sono sogni.

Un’organizzazione olandese per la cooperazione e lo sviluppo ha promosso “Send a message”: iniziativa che consentiva di inoltrare un messaggio che sarebbe stato scritto con la vernice spray sulla barriera di separazione israeliana, parte in muratura e parte in filo spinato, che ingloba i territori palestinesi. Il progetto ha attratto l’attenzione dei media e ha raggiunto un pubblico di oltre 550.000.000 di persone per un totale di 1498 messaggi trascritti sul muro. L’operazione era finalizzata a raccogliere fondi per finanziare attività sociali in Cisgiordania.

Una frase sulla barriera cita Martin L. King: “Freedom is never given by the oppressor; it must be demanded by the oppressed” – La libertà non è mai concessa dall’oppressore, ma deve essere richiesta dall’oppresso.

La speranza è scritta sui muri, basterebbe fermarsi a leggere.

CC.

Immagine in evidenza: Banksy, barriera di separazione israeliana credit: ildolomiti.it

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