Il mio canto di Natale

Giorno 2 – Ho avuto la meraviglia negli occhi tutto il giorno. Ho trascorso le mie prime 12 ore a New York City e mi sono sentita sopraffatta a ogni secondo, a ogni passo. Naso all’insù, qualcuno l’ho travolto, altre volte ho rischiato di finire sotto uno dei più famosi taxi gialli del mondo. E no, non ne sarebbe valsa la pena solo perché ormai sono qui, è ancora tutto da fare. La città è attraversata da una forza senza pari, è decisa, è potente, forse perché è tante cose tutte insieme che le conferiscono un fascino e un romanticismo fuori dal comune. New York è vecchia, antica, conservatrice e allo stesso tempo è nuova, moderna, progressista. Lo sono gli edifici, i treni, le persone. Ed è come se tu corressi avanti e indietro nel tempo a ogni isolato, sei totalmente risucchiato dalla sua magia e più di tutto è come se avessi la sensazione di poter essere qualunque cosa tu voglia essere, e il suo esatto opposto.

Lexington Ave

Giorno 21 – Sono uscita presto per vedere l’alba. Ché le foto al tramonto sono meravigliose, sono intense e avvolgenti. Ci sono colori che ti restano dentro e ci rimangono. E ci sono sfumature da cui impari ogni giorno qualcosa di nuovo. Ma l’alba, è quella da cui ogni giorno parte, è la metafora che spiega meglio la vita ed è un peccato non fermarsi a pensare a quanto quei colori più freddi siano in grado di darci lo stesso calore e la stessa forza, ma con un’altra poesia. Comunque, io oggi volevo l’alba. Era ancora buio fuori, otto fermate di metropolitana ed ero sull’East River. Ho sentito l’odore dell’aria fresca sulla faccia e mi sono sentita bene. Ho passeggiato per chilometri senza rendermene conto, girovagare qui mi piace molto, mi piace andare per le strade a tentoni, scattare foto che non hanno senso e poi lo trovano a fine giornata. Ho pensato a te quasi tutto il tempo, ho pensato al nostro secondo appuntamento. Lo sogno ancora, sogno di riavere indietro quella notte, quando ero su quel muretto che costeggia il Tevere proprio di fronte a te, vorrei ricordare quale muretto fosse per tornarci quando sarò a casa, ma non ci riesco, e forse è un bene. È stata una serata perfetta quella: Cinema Sacher, Manchester by the river e quegli occhi incredibili che si guardavano e ridevano e si volevano. E il mio sogno è di tornare lì, in quello stesso punto ed essere baciata, non schivarti questa volta, ma rimanere lì e prendermi quello che volevi darmi. E se uno mi chiedesse che superpotere vorresti avere, è questo: tornare indietro ai momenti belli che ho vissuto, farmi attraversare di nuovo completamente e conservare l’intensità di ogni istante, senza dovermi più chiedere “E se…”.

Battery Park

Giorno 77 – Prima è stato “Ti lamenti del dolore alla schiena perché ieri hai fatto sesso violento con il tuo ragazzo?” poi è stato “Vieni qui, fatti dare una carezza” poi ancora “Perché non mi vuoi parlare più? Cos’è successo?”. Non ho mai avuto la risposta pronta in nessuna di quelle circostanze, quella che una persona così la rimette a posto in attimo. Se ne esiste una. Quello che ho sempre avuto, invece, è stato sentirmi sbagliata io, non sentirmi a posto io, sentirmi sporca io. Come se io l’avessi in qualche maniera incoraggiata a entrare nella mia vita privata, nella mia campana di vetro. È riuscito a toccarmi perché io ero troppo impegnata a rimproverarmi di qualcosa che non avevo fatto. Non ho mai detto sì, vieni. E non ho detto esplicitamente no, ma non c’era una parte di me che non lo stesse palesemente affermando. Ma comunque, non sarebbe dovuto succedere che una persona si avvicinasse così, solo perché pensava di averne diritto, o il potere di farlo. Non è stato violento, ma è stato più subdolo di così. È stato squallido, inopportuno. Ho riflettuto sul fatto che la chiave è il consenso. Senza quel filtro che fa dire mi stai già disturbando, mi stai già facendo sentire non a posto perché ti stai avvicinando al mio corpo in un modo che mi offende, non c’è modo di proteggersi. È il consenso la chiave di tutto: è quello che c’è prima del momento in cui ti vengono rivolte parole che non hai chiesto, è il momento prima di essere toccata ed è una questione culturale. Bisogna parlarne, definire i limiti. A scuola, a casa, per strada, ovunque a ogni occasione.

*Quel giorno, quella sporcizia me li sono portati dietro per un po’ di tempo. Poi ne ho parlato, e ho per la prima volta capito quanto non sia importante con quali tempi gestisci qualcosa che ti ha segnato, ma il prenderne consapevolezza e poi affrontarlo. Solo in quel momento mi sono sentita libera e probabilmente sono stata pronta a trovare le parole che mi servivano.

Devi aver capito

di esserti sbagliato

quando le tue dita

 tuffate in me

 hanno cercato miele che

 non veniva per te”.

Rupi Kaur – Milk and honey

Giorno 135 – Ieri la mia migliore amica mi ha detto che le manco, ma non solo quello. Mi ha detto che spera di vedermi presto, che mi vuole bene davvero e che vuole riabbracciarmi e mi ha detto che vuole sentire il mio profumo buono. Ci ho pensato tutto il giorno e ancora oggi, ho pensato a quanto le persone ti restano addosso più del tempo di un respiro, anche quando manchi da casa da quattro mesi e quel profumo non lo annusi da un po’, e ho pensato a come ritornano a te con i colori, i suoni e gli odori.

Giorno 138 – Questo viaggio è stato quanto di meglio potessi desiderare. Per la prima volta ho iniziato a pensare al mio ritorno in Italia, al fatto che qualcosa è cambiato in me e che adesso sono pronta a tornare a casa. Più che altro ho scoperto una parte di me, o forse ero solo pronta a darle ascolto e una voce. Una parte dolce, intima e che avevo lasciato assopita per tanto tempo. Mi sono sentita completamente nuda: ho pianto, i giorni brutti lo sono stati profondamente, ho pensato che non avrei potuto farcela, ma mi sbagliavo perché i giorni belli sono stati meravigliosi e mi hanno fatto essere felice e avere le farfalle nello stomaco e me l’ero dimenticato cosa significasse. Quando ho cominciato a riaprire il mio cuore e a capire che farmi vedere vulnerabile non era la mia sconfitta, che non era per questo che sarei stata ferita di nuovo, ma che era invece la parte che più mi caratterizzava, ho smesso di avere paura e mi sono sentita forte.

“Essere

teneri

è

essere

potenti”.

Rupi Kaur – Milk and honey

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